CAPITOLO 1 – L’arrivo a Potenza

Era arrivato alla stazione di Potenza Centrale in una sera di fine settembre.

Sceso dal Frecciarossa che da Roma lo aveva portato nel capoluogo lucano, si sorprese a vedere la calma di questa stazione di periferia, con la quale doveva iniziare a prendere confidenza. Di viaggi ne aveva fatti tanti, ma questa era la prima volta che arrivava a Potenza, in Basilicata. Ne aveva sentito parlare dai colleghi e da un suo zio professore che qui era venuto per insegnare chimica all’Università.  Aveva sentito in televisione dell’uccisione di una giovane ragazza e del corpo ritrovato in una chiesa dopo molti anni, ma non sapeva molto altro.

Portava con sé una grande valigia ed uno zaino con dentro il computer e altri strumenti di lavoro. Si vedeva chiaramente che era arrivato per restare a lungo, una valigia del genere non la fai per passare il weekend da turista; e poi era domenica, il giorno in cui i turisti se ne tornano a casa.

Uscito dalla stazione, chiamò uno dei tre taxi fermi nel parcheggio per farsi accompagnare in albergo. Appena tolti gli auricolari dalle orecchie il tassista gli chiese: “E’ qui per lavoro, immagino. Non ha l’aria dello studente e nemmeno del turista”. E lui gli disse:” Si, sono qui per lavoro. Mi fermerò per un po’ di tempo, non so ancor quanto”.  “Le conviene tirare fuori la giacca più pesante – disse il tassista – Qui l’autunno è parente stretto dell’inverno. Non siamo mica a Roma, questo è il capoluogo di regione più alto d’Italia”. “Lo so, me l’hanno detto – rispose – Ma non pensavo potesse già fare questo freddo”.

Ci misero davvero pochi minuti per arrivare in albergo, in centro. Dopo aver pagato la corsa e aver preso le valigie dal portabagagli, il tassista lo salutò e gli disse: ”Tenga, questo è il mio numero. Per qualsiasi cosa si faccia sentire. Non ci sono molto taxi in città, e per noi il tempo è più lungo che per tutti gli altri.”

Prese il bigliettino, lo ringraziò con una stretta di mano ed entrò nell’albergo.

“Buonasera, signore? Ha viaggiato bene?”, gli chiese il direttore dell’albergo. “Si, grazie. Viaggio lungo ma alla fine sono arrivato”, rispose. “Bene, mi fa piacere. Nel frattempo che prepariamo i documenti le faccio preparare la cena?” “No, grazie, non si disturbi”, replicò al direttore. “Nessun disturbo, sarà digiuno. Adesso le faccio preparare qualcosa di tipico, un piatto della nostra tradizione”, disse il direttore prendendo in mano la cornetta del telefono interno della struttura. “No, davvero. Sono molto stanco ed ho voglia di andare a dormire. Ma le prometto che domani sera non salterò la cena potentina”.

Il tempo di fare check-in, prendere la chiave, dare la buona notte al direttore e al concierge, e si ritrovò in camera disteso sul letto, con gli occhia aperti a fissare il soffitto. Si alzò di scatto, mise a posto le scarpe, andò in bagno e ritornò in camera. Spostò la tendina, aprì la finestra, davanti a lui una distesa di luci e finestre, di montagne scure e strade piccolissime. “Ma dove sono capitato? A Potenza, assurdo. Una città in salita! Ma questi sono pazzi, io qui non ci voglio stare!”

Prese il telefono, puntò la sveglia alle 7 e si mise a letto. Ci mise un bel po’ prima di addormentarsi, tanto era stanco. Ma più della stanchezza erano le tante domande su questa città e sulla sua gente a tormentarlo. Quella era la sua prima notte a Potenza, mai avrebbe immaginato che da quel momento molte cose sarebbero successe nella sua vita.

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