Lo Scalatore. Vuelvo al Sur. (Capitolo 27)

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La sua settimana iniziò con un viaggio di lavoro a Milano. Partenza solita, alle 7 del mattino, treno ad alta velocità che attraversa l’Italia da sud a nord. Ormai il treno era diventato un suo habitat, quella carrozza e quel posto, sempre gli stessi, quando poteva prenotare con anticipo, gli sembravano famigliari come un divano con penisola chaise longue, ma meno comodi.
Il viaggio in treno era noioso e lento. Il vociare di sottofondo non gli permetteva di leggere il libro che  aveva portato con sé. C’è una sorta di geografia della buona educazione, va detto. Più sali a Nord e più c’è la buona abitudine al silenzio, alla discrezione. Nonostante l’ora, c’era già chi parlava ad alta voce al telefono e chi, non curante degli altri viaggiatori, parlava con il suo vicino di posto con tono alto e fastidioso. Vedeva luoghi scorrere alla sua sinistra, volti alla sua destra, passi svelti lungo il corridoio pieno di umanità varia persa dietro la quotidianità, con il viso pallido e triste dei pendolari e gli occhi gonfi degli studenti universitari. Di Milano aveva scritto più volte immagini e sensazioni, sul suo immancabile  taccuino nero con carta bianca pura.
“Non la conosco così bene, infondo non mi appartiene, anche se l’ho calpestata di giorno e attraversata di corsa la notte. Bella da togliere il fiato.  Cattiva e severa da far paura. Lì la misura del mondo è differente. Lì ogni cosa è differente. Solo la gente sembra indifferente. Ci arrivi in aereo e ti sembra vicina, ma con il treno è un viaggio bello pieno. Per l’Europa è l’Italia.
Per l’Italia è l’Europa. Ma quando il sole sorgea volte nessuno se ne accorge. Poi ride e si diverte e se piange, piange davvero. Ma quando la vedi da più vicino capisci che il mondo è lì che ti aspetta, seduto in un bar dei Navigli, con i tacchi alti ed in mano una sigaretta. L’ho cercata e fotografata. L’ho amata e detestata. L’ho rincorsa e poi l’ho rifiutata. L’ho desiderata come una donna amata. E’ l’amore che mi lega a Milano. Quello interrotto e mai esplorato. Quello che pesa perché muore dentro. Quello che non dura il tempo di un concerto.”
Fuori dal treno, quando ormai aveva già superato Bologna, si apriva una periferia verde primavera di asfalto dissestato e abitazioni sbiadite. Era la provincia italiana, il Bel Paese interiore che mostrava la sua anima più autentica e sanguigna. Arrivato in stazione centrale, il passaggio ondeggiante della vita sfilava nell’incantevole luce della tarda mattina. Se ne andò subito in albergo, a pochi passi dalla stazione, sbrigò subito il check-in, salì in camera, lasciò la borsa e lo zaino e riscese subito in strada. Metro gialla, fermata Duomo, tappa fissa se torni a Milano dopo molto. Un caffè in galleria, poi l’appuntamento con l’amico Ciccio, commercialista con l’anima meridionale, e poi un passaggio a Palazzo Marino per un incontro di lavoro. Ne uscì che era già tramonto, l’ora giusta per andare sui Navigli  a bere bollicine italiane o un bianco fermo. La stazione di Porta Genova si animava di volti e storie, con la fretta di sempre. Rumore di ferrovia in sottofondo, traffico urbano da metropolitana ordinata  ed europea, piccole code per salire sugli autobus, cuori che camminano lungo le strade di asfalto e smog senza guardare in faccia nessuno. Un tale, con microfono e cassa sfondata, si esibiva in un repertorio di classici blues con scarso successo. L’appuntamento era alle 20, in un’enoteca con mescita situata nel cuore dei Navigli. Lì lo stava aspettando Francesco, un giornalista napoletano in trasferta, caporedattore di un giornale online. Con Francesco condivideva da anni la passione per la musica, i libri di Carver e Szlay, i tramonti incendiati del Tirreno. Parlarono a lungo, di tutto e di loro. Poco lavoro nelle loro parole, molta vita e sentimenti, sogni e progetti, la semplicità del quotidiano, le ansie delle aspettative, la fatica di ogni salita e la leggerezza delle discese. Con Francesco parlarono soprattutto del demone da esorcizzare e che aleggiava nelle vie milanesi: Marianna. Prima di Veronica, molto prima di Anna, c’era stata Marianna. Non ne parlava molto, sentiva ancora un dolore in petto ogni volta che i pensieri e le parole si voltavano a quel passato che era sì lontano ma non così come avrebbe voluto.
Con Marianna aveva vissuti concerti e viaggi in Francia, l’inverno milanese e le primavere romane, fino a quando, una notte di settembre, lei gli confessò di averlo tradito. Furono settimane, mesi di sofferenza e solitudine, dalla quale ne uscì più rafforzato ma con molte cicatrici. Con Marianna avevano appuntamento per cena, in un ristorante sui Navigli. Doveva vederla, per chiudere definitivamente quel passato e vivere, senza inganni, il tempo nuovo che si apriva con Anna. Si videro, si abbracciarono, parlarono a lungo, sorseggiando un Aglianico del Vulture. Era sereno, per nulla teso. La guardava e non provava più alcun rancore. L’aveva amata molto, ma quel sentimento era diventato vapore disperso nel cielo. A fine cena, si salutarono con affetto ed un sorriso. Mentre andava verso la metropolitana tirò un sospiro di sollievo.
Era finita.
Il giorno dopo si svegliò con un peso in meno ed una fame incredibile, Scese al primo piano per fare colazione, in una stanza lunga e stretta con finestroni alla destra e cibi dolci e salati sulla destra. Si mise comodo, con lo sguardo rivolto al cielo milanese dipinto di azzurro misto al bigio. I turisti e gli uomini di affari sceglievano con cura la loro colazione. Salata per i primi, leggera e con molto caffè per i secondi. Verso le 9 era già fuori Milano, con il suo trench blu e la sua cravatta Marinella. Tre ore di meeting, un caffè lungo, parole su parole per convincere un nuovo cliente che quel piano di comunicazione era il migliore possibile, poi la stretta di mano che sanciva l’accordo. Una corsa verso la stazione centrale, un pranzo frugale, molta acqua, un altro caffè e salì sul treno. Aveva solo un desiderio: tornare da Anna.
Verso Firenze le mandò un messaggio: “Sto tornando al Sud, dove la primavera stenta a sbocciare. Attraverso l’Italia, osservo la sua geografia urbana, i suoi colori, la sua umanità che abita le stazioni. Sono lontano. Non sei mai stata lontana. Vuelvo al Sur, como se vuelve siempre al amor. Vuelvo a vos, con mi deseo, con mi temor.”
Al suo arrivo Anna era lì, con il suo sorriso magnetico e le braccia calde pronte ad accoglierlo. Dopo sette ore e chissà quanti chilometri, era finalmente tornato.
Era a casa.