L’attimo, la bellezza, l’attesa del gol in una fredda domenica di dicembre

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Il cuore, la testa, le gambe, le mani, la voce. Tutto è un brivido, un’attesa, un attimo di sospensione, un’apnea profondissima, un giro di chiavi per far accendere il motore. Perché quando arriva il gol è aria che esce dai polmoni, cielo che si squaderna, calore fortissimo che sale dalla terra, energia vitale che penetra nella pelle. E’ stato così al minuto 93, contro il Picerno, quando la sfera di cuoio ha accarezzato la trama di corde intrecciate e si è depositata alle spalle del portiere. E’ sempre così, ovunque; vivere quel momento è la ragione per cui tantissime persone aspettano che l’arbitro fischi e partano i 90 minuti e più della partita. Solo chi non ha un cuore, o non ha sentimenti, non capisce che in quel momento lì non si sta parlando più di calcio, che è sempre la metafora di quasi tutto, ma di vita, di poesia, di arte, di estetica e piacere.

E allora viene la voglia di riaprire le pagine di “Discorso su due piedi (il calcio)”, il dialogo tra Carmelo Bene ed Enrico Ghezzi, che ogni tifoso dotato di particolari sensibilità dovrebbe leggere e regalare. «Nell’eccesso dello sport, del gesto atletico – spiega – tu puoi vedere al di là della fatica, del facchinaggio. Quando si è nell’atto, si entra nel disumano. Almeno, ci si avvicina al disumano. Queste macchine, quando sono nel disumano mi lasciano senza fiato». «Il bello è che non c’è bisogno di essere degli intenditori – prosegue poco più in basso – perché senti che centomila persone sono in sintonia con questo fiato nostro. Un fiato sospeso. E questo levar di fiato collettivo, annienta il collettivo, ma al tempo stesso annienta la comunicazione. Annienta la visione. Annienta anche l’ascolto. Per quel momento, quei centomila all’Olimpico non sono in sé. Non ci sono».

Se fosse ancora qui il Maestro chissà cosa direbbe vedendo giocare il ragazzo di Jaguariuna, che veste la maglia numero 9 del Potenza di Salvatore Caiata e che sembra sceso dall’alto dei cieli per redimerci da ogni peccato. E chissà cosa scriverebbe su quel taccuino con gli anelli a spirali e le righe larghe e come lo racconterebbe poi Gioânn Brera fu Carlo, che nelle sue rituali cene milanesi del giovedì ne avrebbe sicuramente parlato con i suoi commensali, magari ridimensionandolo per la geografia o esaltandolo per la sua maestosità illuminante messa in scena in un campo di provincia, “che i monti proteggono dagli insulti del clima mediterraneo”.
Ma questa è una storia diversa, la storia di chi sa cogliere l’attimo, che è così fuggente, e trasforma l’immanente in trascendente. L’attimo è l’azione, l’atto, il divenire che si manifesta nella sua potenza, è il mozzafiato che solo l’immediato sa regalare e che tutti possono sentire. L’attimo nel calcio è l’estasi della genialità, l’estetica, la bellezza, la poesia. Proprio come una punizione che propizia il gol della vittoria al 93° minuto, di una partita in una fredda domenica di inizio inverno, quando tutto sembrava ormai finito ed invece era solo all’inizio. Perché non è mai solo calcio.