Maurizio Bolognetti, segretario di Radicali Lucani e membro della Presidenza del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito, (nella foto di copertina in una recente manifestazione a Roma) interviene nel dibattito sul referendum.

Maurizio Bolognetti
Maurizio Bolognetti

“Da militante, da iscritto, da dirigente Radicale mi guardo bene dal cavalcare questa demagogica campagna sui “costi della politica”. Il problema vero del nostro Paese, dell’Europa, della nostra epoca, del mondo in cui viviamo – afferma Bolognetti – è quello di “costi” di cui nessuno vuol discutere: deficit di Stato di diritto, mutazione delle democrazie in “democrazie reali”.

Dovremmo parlare dei “costi dell’antidemocrazia” e invece assistiamo attoniti a un asfittico e demagogico confronto sui “costi della politica”. Una campagna di stampo populista, dietro la quale si cela un fin troppo evidente attacco alla rappresentanza democratica. Il tutto si sta consumando in un paese, l’Italia, dove i deputati vengono nominati dalle oligarchie di partito e dove le elezioni tutto sono tranne che elezioni democratiche, se è vero – come è vero- che quando viene negato il diritto alla conoscenza, l’einaudiano poter conoscere per deliberare, non c’è democrazia.

Votare Sì, votare No? Personalmente, e senza la pretesa di rappresentare alcunché se non me stesso e la mia storia politica, ho deciso di votare No.

Voterò No essendo consapevole di un paradosso: da una parte e dall’altra si confrontano, nella quasi totalità dei casi, gli esponenti di un ceto politico/partitocratico che la Costituzione, quella vigente, la tradisce da 70 anni.

A me stesso voglio ricordare, in prossimità del voto del 4 dicembre, che nel febbraio del 2010 ho apposto la mia firma in calce a un documento, nel quale con Marco Pannella affermavamo che “Senza democrazia non vi sono ‘elezioni’, ma solo violente finzioni contro diritti civili e umani”.

Avevamo ragione allora e, a maggior ragione, abbiamo ragione oggi. Il contesto da Peste Italiana c’era ieri e, ahimé, c’è ancora oggi. E ieri, come oggi, le “elezioni” in questa nostra democrazia malata sono mera farsa, una partita truccata.

Ma se il contesto è questo, è altrettanto vero che la riforma partorita dal Governo è una riforma raffazzonata, peggiorativa dell’attuale vilipesa Costituzione. Una riforma partorita da un premier “rottamatore”, che, in perfetta continuità con i suoi predecessori, nulla ha fatto per evitare la “rottamazione” dello Stato di diritto. Una riforma voluta da chi, tra l’altro, sembra non aver compreso che una democrazia vive di un adeguato sistema di check and balance.

Sì, è vero, da una parte e dall’altra annoveriamo leader o presunti tali che possono pontificare solo grazie all’indotta assenza di memoria, ma questa non è una buona ragione per astenersi e non entrare nel merito.

Non posso sostenere -sostiene ancora Bolognetti – una riforma che trasforma il Senato in una parodia di se stesso e con il rischio che esso diventi una camera di nominati dalle maggioranze che governano le regioni italiane.

Non posso sostenere una riforma che sottrae ai cittadini e ai territori la possibilità di dire la loro in materie quali l’energia. Non a caso, aggiungo, nel 2012 fu l’ex amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, ad invocare una modifica del Titolo V. Questo per non dire che questa riforma è ben vista da Jp Morgan, Goldman Sachs e da annesse e connesse bande del buco.

Non posso sostenere una riforma nella quale si è scritto che il Presidente della Repubblica, organo di garanzia, può essere eletto dai 3/5 dei “votanti” a partire dal settimo scrutinio. Dei votanti, non dell’Assemblea.

Non posso votare a favore di una riforma che finirà per creare caos istituzionale e che, volendo usare un eufemismo, è stata scritta maluccio.

A tutti gli attori in campo – prosegue Bolognetti – dico che se davvero vogliamo cambiare questo nostro paese, anziché guardare ad esempi latino-americani, occorre puntare su una riforma anglosassone: presidenzialismo e legge elettorale maggioritaria uninominale anglosassone, con un adeguato sistema di check and balance.

Ci vorrebbe in questa nostra Italia, per la nostra democrazia reale, un po’ di quel Benedetto Croce che chiudeva così il discorso pronunciato di fronte all’Assemblea costituente l’11 marzo del 1947: “Io vorrei chiudere questo mio discorso, con licenza degli amici democristiani dei quali non intendo usurpare le parti, raccogliendo tutti quanti qui siamo a intonare le parole dell’inno sublime: Veni, creator spiritus, Mentes tuorum visita; Accende lumen sensibus; Infunde amorem cordibus!“.