Non è sempre domenica – E ritorno da te

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E ritorno da te

Ogni domenica, alla stessa ora, la tristezza di dover tornare a Napoli lo assaliva con prepotenza. Valerio, studente universitario di ingegneria, alle prese con gli ultimi esami ed una tesi che ancora non aveva visto venire alla luce la prima pagine, da qualche mese a questa parte tornava ogni fine settimana a casa dei genitori per poter stare un po’ con la sua nuova fidanzata, Sara. Si erano conosciuti d’estate, in uno di quei bar che aprono solo a luglio ed agosto, e che sono sempre super affollati perché lì, e solo lì, fanno bene i cocktail e ci vanno tutti i ragazzi del paese. Sara, la figlia del proprietario del supermercato più grande del paese, aveva quale anno in più di Valerio e portava la contabilità del negozio di famiglia, con gli occhi e l’immaginazione rivolti sempre altrove. Sognava di lavorare a Milano, in qualche grande studio commercialista con vista Duomo, come la sua amica Francesca che su Instagram pubblicava sempre storie di aperitivi  consumati in Via della Spiga e in altre vie della più bella città d’Italia. Così la chiamava Sara, che aveva studiato a Roma e che era tornata a vivere in paese per non soffrire più l’ansia della grande città e del precariato che consuma giorni, taglia le gambe e riduce tutto ad una eterna attesa dello stipendio a fine mese, finché c’è. Valerio, invece, se l’era presa con comodo, e a quasi trent’anni si era deciso a chiudere la pratica universitaria con una laurea che, diceva, a nulla gli sarebbe servito. Ma l’incontro con Sara e la voglia di misurarsi con un sentimento più adulto lo avevano portato a dare una forte accelerata e ad inanellare esami senza pensare troppo al voto finale. La amava, si amavano, e questo aveva cambiato tutto nelle loro vite. Per questo Valerio, ogni venerdì pomeriggio, prendeva un autobus dalla stazione di Napoli e tornava a casa, dalla sua Sara. Fosse stato ancora single avrebbe continuato la sua vita da mancato ingegnere che per mantenersi faceva il geometra sottopagato in uno studio di suoi ex colleghi di corso.

Il viaggio da Napoli fino a casa durava più di tre ore, senza sosta, in compagnia di una umanità varia. Non sempre era un piacere viaggiare con così tanta gente, ma qualche volta capitava di incontrare qualche venditore ambulante o qualche altro studente universitario con il quale parlare di calcio e politica. Calcio e politica, gli argomenti più discussi nei viaggi, sui social e nei bar. Solo che in autobus a nessuno veniva in mente di gridare e offendere l’altro , così come era impossibile ricreare quelle piccole comunità dell’odio che si annidano sotto ogni post, sotto ogni foto pubblicata. Valerio amava parlare di cross e congressi, fuorigioco e lavoro, moviola e migranti; avendo molto tempo libero durante il giorno faceva indigestione di talk e partite, ché tanto in tv non mancano mai. I weekend con Sara erano la giusta ricompensa per tutta quell’attesa e per le ore passate incartocciato dentro quell’autobus. Stavano bene, stavano sempre insieme, cercavano di vivere a pieno ogni ora  di quei pochi giorni. Il loro giovane amore era unna vertigine di ricerca, di cambiamento, di rottura. Ma ogni maledetta domenica, dopo pranzo, era una dolorosa fatica dover chiudere la valigia, andare in stazione e riprendere l’autobus. Non solo per Sara, ma anche perché quel pranzo della domenica lo riportava alla sua infanzia, al tempo della leggerezza spensierata, a quando il tempo era solo davanti ed ogni cosa era una scoperta. I sapori della tavola erano le radici che lo tenevano stretto alla terra, lo legavano a quel luogo verso il quale, per molti anni, aveva provato un odio profondissimo ed immotivato. Ripensandoci, e lo faceva ogni volta che tornava a Napoli, non aveva molto senso tutto quell’odio; gli serviva solo una buona ragione per non tornare, per non ammettere un fallimento. Anche quella domenica, alle 15:30, salì sull’autobus in compagnia di ragazzi e ragazze molto più giovani di lui. La domenica, a quell’ora, è una fotografia di genitori che salutano figli seduti su scomode poltrone dietro grandi finestre di vetro, soprattutto al Sud. Con qualcuno di quei viaggiatori settimanali ormai aveva instaurato un rapporto di amicizia, o almeno di buona convivenza. Il più delle volte iniziava a sfogliare pagine di un libro, da qualche tempo sempre lo stesso, che richiudeva dopo pochissimo per lasciarsi cullare dal movimento, a volte dolce, ma a volte troppo brusco, delle gomme sull’asfalto. Chiuse gli occhi ma senza dormire. Poi, dopo pochi minuti, si ritrovò in un sogno incredibile e pieno di luce. Era in spiaggia, a pochi passi dal mare. Un mare d’inverno ma con il sole dolce che lo accarezzava. Sentiva la pelle farsi più rotonda sotto il calore del sole, i raggi lo accarezzavano dolcemente sulla testa e sulle guance. Camminava sul bagnasciuga, le piccole onde gli bagnavano le scarpe e l’acqua gli bagnava i piedi ma lui sembrava non rendersene conto. Poi si fermò per guardare in faccia il mare, quasi in segno di sfida. Perché di fronte al mare la felicità non è affatto un idea semplice, semmai è la frittura di pesce mangiata sotto il chiosco a renderti contento. Guardava il mare, spingeva lo sguardo il più lontano possibile. Più restava lì fermo a guardare l’orizzonte e più si sentiva sollevato da ogni peso, da ogni responsabilità. I macigni che si trascinava con fatica da anni, le responsabilità che rendono più adulti, avevano adesso un peso più leggero, quasi inconsistente. Si sentiva come un foglio di carta su cui un bambino ha disegnato qualcosa e che il vento porta via chissà dove. Riprese a camminare, le onde si erano fatte più grandi e la spuma gli bagnava anche le gambe. Poi si sedette su un grande masso, dando le spalle ad una chiesa antica e ormai abbandonata. Il sole era ancora alto e l’aria dolce, la sabbia sembrava color oro, il mare cambiava colore ad ogni passaggio delle nuvole. Non c’era nessuno lì su quella spiaggia, ma questa solitudine era lo spazio perfetto in cui riusciva a sentirsi vivo, poeticamente vivo. In questa solitudine salata la misura del tempo era differente, dilatata, astratta. Ogni cosa prendeva una forma nuova, indefinibile, rassicurante. Sentiva salire dentro le narici il sapore del sale, il sale intenso, la purezza dell’aria. Nella sua testa si formavano pensieri differenti, ma in ognuno c’era Sara. Ripensò alle parole d’amore sussurrate, a quelle di rabbia urlate, alla volta in cui la tradì e a quella volta senza dirglielo, e quella volta in cui lei lo raccolse tra le sue braccia dopo una crisi di panico e pianto. Sara era lì con lui, su quel tappeto di sabbia e sale, pur non essendoci. Sara, che aveva dato un nome a quel sentimento così tanto atteso per anni, era la forma più alta e bella della bellezza. Lui lo sapeva, per questo ne aveva paura. Non poteva più farne a meno, era diventata necessaria, essenziale. Per questo ogni domenica era un campo minato, ogni volta era uno strappo all’anima che sapeva di dover aspettare molto prima di potersi rammendare. Senza accorgersene si svegliò che era già a Napoli. La giungla era lì fuori dal finestrone appannato. Tutto era pronto per ripetersi. Il traffico, il rumore, l’inganno, le parole, le voci, i giorni, la disperazione, i tormenti, l’effimero, il non detto, i bisogni dimezzati, i desideri strozzati, il gomitolo delle strade, l’umanità e la sua ferocia, la solitudine, la tristezza. Scese le scale dell’autobus contro voglia, recuperò la valigia e si diresse verso l’ingresso della stazione per poter prendere la metropolitana. Era turbato, alzava lo sguardo al cielo e guardava continuamente il telefono. Mentre camminava pensava a mille e più cose, al senso di colpa per tutti i fallimenti accumulati gli mangiava la vita. Poi, d’improvviso, tornò indietro sui suoi passi, andò in biglietteria e pagò il viaggio del primo treno utile per tornare a casa. Lo fece d’istinto, senza pensarci, con la sola voglia di tornare da Sara, di essere con lei. Salì sul primo treno utile, e mentre si chiudevano le porte una lacrima gli attraversava il sorriso. Sentiva di aver fatto una scelta forte, coraggiosa, unica. Voleva tornare, smettere con questa vita ed iniziarne una vera, fatta di vento in faccia e sole che riscalda. Senza dire niente a nessuno, senza chiedere il permesso a nessuno, aveva finalmente preso una decisione forte, consapevole, coraggiosa di cui conosceva già le conseguenze. Ma era esattamente ciò che voleva. Il cuore gli batteva forte, come non mai. Mancava ancora molto a casa, ma quello sarebbe stato il suo ultimo viaggio di domenica. La cosa più orrenda che possa capitare a una persona adulta è prendere, della maturità, il peggio: la fissità dei pensieri, l’inamovibilità culturale, il distacco emotivo, la chiusura come conseguenza di un ottuso senso di superiorità e la crudeltà come meccanismo di autodifesa e di disprezzo per chi sa mettersi in gioco, donarsi, rischiare e sognare quel sogno di vita con Sara, che curava dentro il suo cuore, era la ragione più alta e profonda della sua vita. Non aveva certezza del suo domani, ma aveva la forza del suo sentimento, tenace e testardo, che sapeva tenere a bada l’animale che si portava dentro, quella parte così estrema e vorace che aveva sempre deciso senza alcun filtro e senza razionalità. Questa volta l’istinto lo aveva portato a salire su un treno e tornare lì dove tutto era casa, ma dove tutto era più difficile perché senza respiro, senza ambizioni.

Ma cosa te ne fai delle ambizioni se non sai neanche più sognare?