Non è sempre domenica – E avete vinto

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E avete vinto

Quando lesse la notizia della possibile chiusura dei centri commerciali la domenica sentì dentro di sé la rabbia crescere come un magma in un vulcano mai domo. Per Luigi la domenica, in verità tutto il fine settimana, era una giornata di lavoro alla quale mai e poi mai avrebbe rinunciato. Aveva iniziato da poco a lavorare come commesso in un supermercato, che si trovava all’intero di un centro commerciale, una bolla di cemento, ferro e vetro luminosissimo che, a detta di tutti, si poteva vedere anche dalla luna. Ormai Luigi non ci faceva più caso a quel tentativo mal riuscito di architettura urbana che doveva riqualificare il quartiere, una periferia lontana di asfalto dissestato e abitazioni sbiadite; per lui era il posto dove poteva lavorare e guadagnarsi qualche centinaio di euro da spendere durante la settimana. Non studiava più, aveva abbandonato l’università dopo due anni dando pochissimi esami, ma non aveva perso la speranza di poter, un giorno, chiudere quel percorso interrotto troppo presto. Nutriva rimpianti, certo, ma a ventitré anni pensi poco a quello che sarai e moltissimo a quello che sei. Voleva l’indipendenza economica dai genitori, come tutti i suoi amici più grandi. Aveva già fatto altri lavori, spesso sottopagati, ma finiti troppo presto. Ormai erano più di due mesi che lavorava in questo supermercato e le cose iniziavano a girargli bene. Luigi aveva vissuto così intensamente l’attesa di questo lavoro che ormai aveva perso ogni entusiasmo. Si sentiva come un giocattolo di Natale appena scartato ma con le pile scariche. Immaginate la scena: un bambino corro sotto l’albero pieno di luci e palle colorate, trova il suo pacco, scarta con forza la carta, rompe il cartone, preme il pulsante ON ma il gioco non funziona. Si occupava di aiutare i clienti del reparto della frutta e della verdura, si divertiva a mettere in ordine il lungo bancone della frutta fresca e sorrideva ogni volta che qualcuno gli chiedeva dove fossero i “manderini”. L’età così giovane non gli faceva sentire la fatica, ma la leggerezza di qualche comportamento lo aveva già messo a rischio in un paio di occasioni. Anche se gli era stato vietato stava sempre con il telefono in mano, a mandare messaggi, foto, a controllare Instagram o i risultati delle partite. Lo nascondeva nella tasca posteriore del pantalone, lì dove solitamente si mette il portafogli, così da non destare sospetti, ma appena poteva lo tirava fuori ed iniziava a scrivere, scrollare, fotografare, postare stories, mandare messaggi vocali. Era così superficiale e strafottente che nelle due occasioni in cui fu ripreso dal proprietario non solo disse candidamente che lo aveva fatto perché si stava annoiando, ma anzi gli propose di aprire la wifi al pubblico così da dare un servizio in più ai suoi clienti. Anche a casa si arrabbiarono molto ma lui non diede molta importanza ai rimproveri duri del padre e della madre. Gli importava solo di avere i soldi a fine mese e di spenderli come voleva, il resto era contorno senza alcun sapore, perché a quell’età sei solo chili di agitazione sotto un pensiero superficiale che rende la pelle splendida. Al massimo i soldi li conservava per andare a qualche concerto, se non riusciva a farsi regalare i biglietti dallo zio che lavorava in una radio. Non aveva molti interessi, come buona parte dei suoi coetanei viveva sotto la dittatura dell’istante in cui ogni cosa aveva senso se vissuta e consumata nel qui e nell’ora. Tutto e subito, ma cosa? E chi lo sa.  Spesso, quando sistemava la frutta e i sacchetti per raccoglierla, ascoltava i discorsi dei clienti che si aggiravano tra gli scaffali. Nei supermercati si annida un’umanità interessante, così varia da riaprire ogni volta il bestiario delle sofferenze e delle invidie sociali. Il più delle volte i discorsi erano sul costo della merce, sulle offerte, sulla qualità dei prodotti, sulla spesa da finire e sulla cena da preparare. Ma capitava, e negli ultimi tempi sempre più spesso, di assistere a veri e propri talk show televisivi con tanto di dibattito e applauso del pubblico. Si parlava di politica, certo, ma anche di medicina e sport, di economia e infrastrutture Ognuno si sentiva depositario della verità, ognuno era in grado di dare la ricetta per sbloccare l’economia italiana, e tutti – ma proprio tutti – davano sempre  la colpa a qualcun altro da sé. L’evasione delle tasse? Colpa degli italiani. I vaccini provocano l’autismo? Me l’ha detto l’amico del mio amiche che l’ha letto su Facebook. La benzina costa caro? E’ colpa di quelli di prima. Ce n’era per tutti e di tutti i colori: destra, sinistra, centro, tutti uguali, come in quel famoso film. A luigi tutto ciò faceva rabbia. Si incazzava perché non tollerava più tutto questo parlare senza senso, senza alcuna cognizione e in certi casi, senza nemmeno conoscere gli argomenti. Il populismo da bancone, così lo chiamava, che tanto lo faceva ridere ma altrettanto lo spaventava. Per questo si rifugiava nei test della musica, per sentirsi scuotere dentro e non sentire più quel flusso incandescente di parole senza dignità. Una volta si ritrovò ad ascoltare un discorso tra due cinquantenni alle prese con la scelta delle mele.

«Quali prendi? »
«Che ne so! Queste scelte sono difficili. »
«Mia moglie mi fa fare sempre queste cose. »
«Ti capisco, anche  la mia. »
«Ma vedi tu se è normale. Queste sono cose da femmine. »
«Hai ragione. »
«Io me ne stavo tranquillo a casa a vedermi le partite. »
«Ma dove le vedi? »
«Ho trovato un modo per vederle senza pagare. »
«Si? Davvero? E com’è? »
«E’ comodissimo, devi usarlo anche tu. »
«Certo! Ti pare che vado a dare i soldi a quelli. »
«Qua già paghiamo solo tasse. »
«A chi lo dici. E i politici si arricchiscono. »
«Si, ma adesso la pacchia è finita. »
«Proprio così. Vedrai, in 15 giorni cambierà tutto. Lo hanno detto in tv. »
«Finalmente, si. Quelli di prima mi hanno proprio rotto. Io li odio. »
«Hanno ancora la faccia di andare in TV a dire quello che dobbiamo fare. »
«Ma chi sono loro? Per fortuna adesso…no? »
«Per fortuna! Li abbiamo mandati a casa. A casa! »
«Questi ragazzi ci daranno grandi soddisfazioni. E magari pure qualche condono! »
«Speriamo! Che qua dobbiamo campare tutti. »
«Dice che abbassano la benzina, lo sai? »
«Quella è la prima cosa che dobbiamo fare. In Italia abbiamo il petrolio e ancora paghiamo la benzina a certi prezzi. Per fare un favore agli amici degli amici. »
«Ma perché queste buste di plastica per la frutta? Ti ricordi lo scandalo? »
«E’ tutto uno schifo. Ma adesso è finita, finalmente. »
«Per non parlare dei neri che girano per strada. A spaventare le nostre famiglie. A rubarci il lavoro. »
«Li devono rispedire a casa loro. Vedrai quando i buonisti piangeranno perché i delinquenti se ne andranno via di qua. »
«I buonisti sono i peggiori: vivono negli appartamenti pagati dallo stato e poi vanno in piazza a manifestare per i poveri. Ma a noi chi ci pensa? »
«Esatto. A noi chi ci pensa? Dobbiamo sempre fare tutto da soli, pure la difesa. Io mi sa che mi prendo il porto d’armi. »
«Fai benissimo. Mio cugino già l’ha preso e se la porta sempre con sé. Così il primo che sgarra sono fatti suoi. »
«Qua fa pena tutto. Tutto. »
« E se mi danno il reddito sai che faccio? Mica me lo cerco un lavoro vero. Mi prendo quei soldi e poi tutto a nero. Zero tasse e solo guadagno. »
«Fai bene! I privilegi a loro e noi nemmeno una vacanza? »
«Quest’estate devo farmi proprio una vacanza da bomber. E mi devo sparare una diretta su Facebook alla faccia dei politici. »
«Io se potessi, guarda. Certe volte mi fanno venire un nervoso certi politici. Ma io non me le tengo più le cose e vado a commentare ogni post. Non ne devono passare una liscia. »
«Io ti metto sempre il “mi piace”. E condivido tutto. Ma tu sei bravo su Facebook, dovresti fare politica. »
«Me lo dicono in molti, ci sto pensando. Appena posso mi candido pire io, tanto ormai lo fanno tutti. »
«Io ti faccio da portaborse, eh! »
«Ma ovvio! »

Poi uno dei due si girò verso Luigi e gli disse: «Senti ragazzo, me le vuoi imbustare queste mele?». Luigi non disse nulla. Lo guardò per molti secondi senza abbassare mai lo sguardo. Prese solo un pezzo di carta e scrisse su delle parole. Glielo consegnò e se ne andò. Il tipo lo aprì e lesse.

Voi avevate voci potenti
lingue allenate a battere il tamburo
Voi avevate voci potenti
adatte per il vaffanculo

Non capendo nulla lo strappò e lanciò i pezzi in aria. L’amico si avvicinò e gli chiese cosa ci fosse scritto, lui gli rispose: «Ma che ne so, sembrava una poesia. Questi invece di lavorare scrivono poesie. Questi qui sono dei nullafacenti, non fanno mai nulla e si lamentano solo. Imbustiamo queste maledette mele e andiamocene a fare un bell’aperitivo. Questa è l’Italia: chi lavora e chi non fa nulla!». Qualche corridoio dopo, ritrovarono Luigi mentre stava aiutando un collega a sistemare le casse dell’acqua minerale. Uno dei due, quello della “poesia”, si fermò e gli disse: «Senti un po’, ma che volevi dire prima con quelle parole?». Luigi non rispose ma lo guardò fisso negli occhi. «Che guardi? Ma non hai niente da dire? Se solo un buffoncello»  A quel punto Luigi, senza smettere di guardarlo fisso negli occhi, gli disse: «Ma ti ascolti? Vi ascoltate? Siete il peggio dell’Italia. Parlate solo degli altri, delle colpe degli altri ma siete capaci di fare peggio. Ci state portando alla rovina, peggio di chi c’era prima. E votate gente peggiore di voi, per sentirvi meglio. Siete razzisti, parlate solo di odio e di espulsioni. Ma vi guardate? Ma che gente siete? Italiani del cazzo. Adesso andate pure a fare il vostro aperitivo e pagate alla cassa con i buoni spesa di vostra suocera. Avete scommesso sulla rovina di questo paese, e avete vinto. Complimenti e grazie. E buona domenica!».