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Tra proteste e canzoni, l’Amarcord di Mimmo Guaragna

Mercoledì 7 aprile 2021 – Nuovo appuntamento con Mimmo Guaragna ed i suoi racconti di un’esperienza di vita intensa che, neanche filtrata dai ricordi, perde la sua intensità politica e culturale.

IL CANTAGIRO

Nel mio curriculum potrei elencare una infinità di occupazioni, evito di riportarle perché non vanno tanto di moda e possono deporre male. Ho organizzato blocchi stradali e ferroviari, occupazioni di municipi e sedi regionali, ho occupato terreni agricoli e fabbriche, ne ricordo una a Setubal, in Portogallo, insieme a un prete ribelle che poi è diventato vescovo. Però ho visto sempre con diffidenza e disagio le occupazioni delle case che tanto entusiasmavano i miei amici che praticavano le azioni rivoluzionarie manco gliele avesse prescritte il medico.

La ragione di questa mia opposizione è molto semplice: occupi l’aula del consiglio regionale, occupi una fabbrica, oppure blocchi una strada, sai che devi avviare una trattativa, raggiungere un buon accordo e smantellare le barricate. Per la casa è diverso; chi la occupa è convinto che quella sarà la sua casa tanto agognata e sognata; mi facevano pena e tenerezza le signore che, dopo essere entrate in un appartamento, se lo arredavano e cominciavano ad amarlo perché era diventato la propria dimora ed il nido dei propri figli.

Gli sgomberi, che prima o dopo sarebbero arrivati, erano scene da Eduardo de Filippo. Qualora invece la controparte avesse deciso di lasciarli stare, con il passare dei giorni si assisteva a strani traffici e complicità sospette. Venivano a galla gli istinti egoisti di possedere la casa in conflitto con le smanie collettiviste dei gruppettari, i quali, nella loro testa di novelle Guardie Rosse, erano convinti che presidiavano il Soviet di San Pietroburgo.

Insomma, stavo alla larga il più possibile dalle occupazioni delle case, però qualche volta, con mio grande disappunto, mi ritrovavo coinvolto.

Al Tiburtino era stato occupato un complesso di palazzine appena finite di costruire e pronte per essere consegnate ai legittimi assegnatari. Franco, pur conoscendo le mie preferenze a riguardo, mi propose, o meglio mi intimò, che seguissi io quella faccenda. Cosicché fui presentato ai vari capoccia dell’occupazione da un compagno che godeva della loro fiducia. Cercai di fare il punto della situazione visitando i caseggiati uno per uno; le signore facevano a gara ad offrirmi il caffè con qualche biscotto. I ragazzi ci tenevano a mostrarmi il loro equipaggiamento e la loro sicurezza spavalda impaziente di essere messa alla prova nell’imminente scontro con la Celere; quasi tutti avevano un conto in sospeso con i poliziotti.

In via riservata mi giunse l’informazione che la polizia stava sul punto di attaccare; la notte dormii in una casa occupata, usualmente queste operazioni si eseguivano all’alba; ma non accadde nulla. I gipponi e i blindati arrivarono nella tarda mattinata, mi diedi da fare per organizzare i ragazzi e dare l’ultima rifinitura alle barricate; tutti i balconi e i ballatoi erano stati riempiti di oggetti contundenti, per l’ennesima volta istruimmo le donne di tirare ai celerini al momento opportuno qualora si fossero avvicinati ai palazzi.

All’ora di pranzo eravamo pronti a respingere i carabinieri e i poliziotti, i quali non vedevano l’ora che si arrivasse alle mani per poter rientrare nelle loro caserme. Ormai era certo che la battaglia sarebbe scoppiata nel pomeriggio; si erano fatti vivi i soliti giornalisti e i soliti fotografi e i ragazzi li invitavano affinché li immortalassero nella loro giornata di gloria, e a nulla valevano i miei richiami che quelle foto sarebbero arrivate alla Questura e sulla scrivania del magistrato.

“Oddio, oggi pomeriggio devo essere a Mentana per il Cantagiro!”. Come mi sarebbe stato utile possedere il dono dell’ubiquità. Quando ricordai a Franco che sarei dovuto andare a Mentana, la risposta fu secca “tu rimani qui perché hai il quadro della situazione e la fiducia degli occupanti, trova qualcuno che ti sostituisca per il Cantagiro”.

Il Cantagiro era uno dei compiti che proprio Franco mi aveva assegnato. Questo benedetto Cantagiro era il Giro d’Italia dei cantanti; facevano tappa nelle varie cittadine di provincia e i vari sindaci se lo contendevano per andare in televisione e ingraziarsi i propri concittadini. Come al giro ciclistico c’era una classifica e un vincitore.

Poiché le Rivoluzioni si fanno contro la Borghesia ma sapendo trattare con i borghesi, avevamo un accordo con gli organizzatori: noi predisponevamo la claque e loro ci finanziavano. Eravamo i più quotati nel sostenere gli scontri di piazza, e il dottor Enzo si sentiva sicuro di stare in buone mani, Quale claque migliore e più efficiente composta da prestanti militanti esperti nel sostenere una carica per quanto potesse rivelarsi pesante.

Quello che il dottor Enzo e i suo entourage non immaginavano era che noi non potevamo mettere a loro disposizione il nostro eccellente servizio d’ordine. Infatti era mio mestiere organizzare di volta in volta la claque con le seguenti modalità: mi recavo nella cittadina dove era in programma il Cantagiro, se c’era un compagno del posto meglio, altrimenti andavo in una piazza dove i ragazzi erano soliti darsi convegno, li studiavo, selezionavo un probabile leader, lo avvicinavo e, dopo aver parlato del più e del meno, gli lanciavo la proposta “se ti interessa il Cantagiro, io ho i biglietti per te e i tuoi amici”.

La manifestazione canora aveva luogo negli stadi e iniziava sul far della sera. Avevo tutto il tempo di istruire, con minacce e lusinghe, gli arruolati della claque; poco prima dell’avvio dello spettacolo mi presentavo agli addetti all’ingresso e la claque prendeva i posti assegnati. La macchina funzionava così bene che al Cantagiro erano entusiasti.

Chi avrebbe potuto sostituirmi a Mentana e impiantare tutto questo lavoro mentre io avrei fatto i conti con i lacrimogeni e con i manganelli? Spesso era mio ospite Tonino, ottimo picchiatore con indiscusse qualità di organizzatore:. Quando gli era giunta la notizia delle case occupate si era precipitato a Roma. Era la persona più adatta per Mentana; gli affiancai Andrea, un ragazzo che a menar le mani non era da meno, li istruii sulla procedura per la distribuzione dei biglietti. I due opposero delle resistenze, Tonino mi rinfacciò beffardo “allora sono venuto fin qui per essere assegnato alle salmerie?”; “se non siete d’accordo vedetevela con Franco, è lui che ha deciso”; non sollevarono più obiezioni e si avviarono verso la Nomentana.

Liberato dal pensiero del Cantagiro, potei dedicarmi all’imminente scontro; mai le barricate mi erano riuscite così bene, avevano la robustezza della Linea Maginot. Ai ragazzi furono consegnate alcune bandiere rosse, e subito dopo comparvero quelle della Roma e della Lazio; senza mezzi termini feci capire alle opposte tifoserie che non era il momento del derby, bisognava difendersi e tener d’occhio i movimenti dei blindati. Partirono dalle barricate le peggio imprecazioni contro gli uomini in divisa; era difficile in quel clima spiegare che anche loro erano lavoratori e facevano quel mestiere per portare il pane a casa. Io ero preoccupato perché gli occupanti sapevano menar le mani ma le molotov non era cosa loro, potevo contare soltanto sulla preparazione del nostro servizio d’ordine.

Le battaglie si vincono grazie alla disciplina, e subito mi resi conto che proprio questa era assente. Quando i blindati cominciarono ad avanzare diedi le ultime disposizioni per difendere la barricata; dovevano mantenere la posizione il più possibile. Come è bella l’Anarchia! Senza che nessuno lo avesse ordinato i più scalmanati superarono la Linea Maginot e corsero contro i poliziotti, e il resto della truppa li seguì immediatamente. A quel punto anche noi dovemmo scendere in campo aperto con il rischio di venir schiacciati tra i blindati e la barricata che ci avrebbe ostacolato ogni possibilità di ritirata. Suggerii di concentrare il lancio di molotov sul blindato centrale che per nostra fortuna andò a fuoco e sbandò il reparto della Celere.

Il fumo dei lacrimogeni e dei copertoni dati alle fiamme invase il quartiere. Dopo il primo urto frontale i focolai degli scontri si dispersero un po’ dappertutto fino all’altro versante della via Tiburtina. Il bombardamento operato dalle signore fu molto efficace: nonostante la protezione del casco diversi attaccanti furono messi fuori combattimento, compresa qualche camionetta. Assistetti impotente, impossibilitato a soccorrerli, alla vista di ragazzi e compagni massacrati di botte e caricati sanguinanti sui cellulari; tra questi, uno dei più malridotti, era Paolo, il quale di lì a qualche anno sarebbe stato eletto dirigente nazionale del Sindacato Scuola.

La polizia, impegnata in tante scaramucce e soggetta ad un susseguirsi di agguati, non riuscì a sgombrare le case. Io ero rimasto isolato, erano iniziati i rastrellamenti, mi rifugiai sul tetto di un capannone. Si era fatto buio, quando sembrò che la situazione fosse più tranquilla, chiesi un passaggio ad un signore, che finalmente poteva riprendere la via di casa; lo rassicurai che non c’entravo affatto con i tafferugli; non ho mai capito se il suo fu un gesto di cortesia o dettato dalla paura avendo intuito che non ero passato lì per caso.

In tutto questo frangente non mi era proprio passato per la testa il Cantagiro. Me lo ricordò Tonino che era rientrato da Mentana, aveva cercato con Andrea di raggiungere il luogo del conflitto ma con loro grande disappunto ormai la battaglia era agli sgoccioli, e mi aveva preceduto a casa. Mentre preparavamo la cena Tonino aveva il tipico atteggiamento di chi deve dirti qualcosa però è titubante nello sputare il rospo.

Gli raccontai degli scontri e per pura formalità gli chiesi “come è andata a Mentana?”, “glielo racconti tu a Franco?”, ”che cosa gli devo raccontare?”. “La situazione ci è sfuggita di mano. Si era sparsa la voce che avevamo i biglietti. Una volta che avevo esaurito la distribuzione sono rimasto assediato da un crescendo di ragazzi i quali pretendevano che li facessi entrare.; io e Andrea non sapevamo che pesci pigliare”.

A Tonino non era mai mancata la genialità. Così proseguì il racconto. Pressato dai ragazzi all’ingresso dello stadio, recuperò tutte le virtù del capopopolo e arringò la massa sempre più impaziente: “I padroni ci vogliono far pagare la musica, ma la musica e l’arte sono nostre; è il popolo che le produce e noi ce le riprendiamo con la forza. Non perdiamo più tempo e sfondiamo il cancello!”. L’appello ad appropriarsi della musica fu accolto con entusiasmo. Detto fatto e la marea si riversò tra gli spettatori. La polizia, che in un primo momento era stata colta impreparata, reagì serrando i ranghi.

Spesso lo zelo è nemico del bene, ma questo assunto non sempre funziona nella testa delle forze dell’ordine. In fin dei conti non era successo niente di grave, era aumentato soltanto il numero degli spettatori ma le casse del Cantagiro non se ne sarebbero neanche accorte. Invece iniziarono le cariche; i manganelli non risparmiarono le teste degli stessi spettatori paganti. Piovvero i lacrimogeni, uno di questi, più esibizionista, raggiunse il palco mentre Lara Saint Paul coraggiosamente continuava a cantare; per fortuna non fu colpita, ma il lacrimogeno cadde ai suoi piedi, e l’artista perdette la voce e dovette dire addio al Cantagiro.

Il giorno dopo andammo ad incontrare Franco. Sarà dipeso dal fatto che in quel periodo era innamoratissimo, ci accolse tutto affabile e allegro. Ci informò che per un po’ di tempo la Questura non avrebbe ritentato di eseguire lo sgombero, c’erano state critiche, anche da parte di alcuni settori moderati, per i comportamenti brutali degli agenti. Come al solito la stampa faceva i distinguo tra i poveri bisognosi a cui va assicurato un tetto decente e i provocatori facinorosi che strumentalizzano le ingiustizie sociali. Questi erano i commenti sui quotidiani che Franco ci mostrò, ma parlavano anche di Mentana. Raccontavano gli incidenti del Cantagiro come una esplosione di gioia delle giovani generazioni che amavano la musica e la vita. Dovevano ammettere, e riportare ai lettori, che si erano presi a botte con la polizia, ma meritavano il perdono: era lo spirito goliardico e spensierato che aveva trionfato. I giovani di Mentana, pazzi per la musica, quasi quasi erano posti sugli altari e contrapposti ai facinorosi che scendevano in piazza per il Comunismo, il quale, se aveva perduto l’abitudine di mangiare i bambini, di sicuro metteva sotto i piedi la Libertà.

Il dottor Enzo e i suoi collaboratori non l’avevano presa bene, ma fu loro spiegato a chiare lettere, con tutto il garbo e la diplomazia del caso, che a qualsiasi ritorsione si sarebbe risposto scoprendo le carte: non conveniva far sapere che il Cantagiro finanziava un gruppo eversivo.

Tutto continuò come prima: gli occupanti rimasero nelle case fino a che, con la mediazione della Sinistra Parlamentare e dei Sindacati, non si raggiunse un accordo, se non proprio soddisfacente quanto meno accettabile. Il Cantagiro proseguì la sua tournee, e io ripresi a distribuire i biglietti. L’unica vittima innocente: Lara Saint Paul.

Mimmo Guaragna

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