Domenica 31 ottobre 2021 – Nel suo libro “Dalla tavola lucana al paradiso”, edizioni Magister, Federico Valicenti non si smentisce.
Con il suo innato desiderio di scoprire, rispolverando ricordi che grazie a lui vengono recuperati all’oblio, racconta tempi passati. E li racconta contestualizzandoli ai giorni d’oggi, legando con il filo della memoria tradizioni che hanno il loro fascino.
Accade così che, in occasione della ricorrenza di Ognissanti, dal suo “scrigno” esce questo racconto che vi proponiamo.

Ho memoria di mia nonna stesa sul letto con il vestito della festa, e le rugose mani una sull’altra poggiate sul grembo e le scarpe nuove, nere, lucide, e il viso etereo, pulito, ornato da un falso sorriso con occhi socchiusi. Accanto la “colonnetta”, un minuscolo tavolo, dove sopra poggia un pezzo di pane e un bicchiere di vino illuminati da una fioca luce di candela, viatico nel suo ultimo viaggio”.

Leggende antiche raccontano che i morti, nei giorni dedicati a loro, ottengano il permesso di ritornare nei luoghi dove sono nati e vissuti.
A cavallo tra il primo e il due novembre, in tempi oramai passati, nelle abitazioni, in ogni anfratto che portasse memoria dell’estinto, fervevano preparativi per accogliere i cari defunti: cibo e candele accese illuminavano i luoghi, dove erano vissuti; lumini alimentati a olio rischiaravano le ombre di fioca luce.


Tradizioni intrise di simboli, supportate dal legame tra l’uomo e la terra, tra la vita e chi diventa custode della morte da cui rinasce altra vita. Madre Terra che attraverso le sue stagioni dona e indica i valori e i tempi della morte e della resurrezione. Così come il chicco di grano che, secondo i liturgisti, diventa il simbolo del corpo umano che, una volta interrato, risorge a nuova vita.

È per questo che si preparava un grande piatto con il grano bollito con aggiunta di miele, guarnito con chicchi di melo-grano, condito con mosto cotto che rappresenta il lutto per la persona scomparsa.
Il grano cotto così composto è il piatto offerto il due novembre, giorno dei morti. Il cibo dei simboli, il cibo di una cultura arcaica, oramai in estinzione, dove alcune testimonianze ancora si possono trovare solo in paesi-ni dell’entroterra e solo in pochi nuclei familiari, composti per lo più da vecchi e anziani che credono e riescono a tenere in piedi questo rito che si perde nella notte dei tempi.

Le cucine raccontavano la storia e la memoria degli uomini e dentro le mura, i cuochi, le massaie, le serve, i padroni erano in continuo fermento; padelle, mestoli, tegami, pignatte, si donavano volentieri ai profumi di olio fritto o di salse profumate.
Il cibo consolatorio veniva preparato come se fosse un giorno di festa, il dolore veniva confortato dal cibo, perché il cibo è l’essenza della vita, l’elemento primordiale della vita dell’uomo.

La cucina della vicina diventava la cucina di casa propria, dove si onorava il morto e la sua famiglia, attraverso il silenzio degli utensili e del fuoco perché chi era nel lutto, chi viveva la tragedia del distacco terreno doveva essere nutrito, coccolato, consolato. E i profumi del cibo facevano la loro parte. Il cuonzo, il consolatorio, era il pranzo che veniva preparato a chi soffriva, a chi abitava nella stessa casa del trapassato, un gesto di solidarietà che assumeva significati ancora più profondi: riprendere a vivere, ricominciare ad allontanare da sé la morte, riprovare il gusto della vita attraverso la riscoperta dei profumi della vita terrena, dei suoi sapori… La cucina e il cibo non ci lasciano mai soli, la loro presenza è necessaria perché bisogna continuare a vivere.

Il cibo diventa simbolo, meta-fora, estetica, solidarietà, partecipazione. Non esiste regione italiana che non abbia, nella sua gastronomia tradizionale, un piatto di rito e dalla forte valenza simbolica, dedicato al giorno dei morti, generalmente preparato con ingredienti quali la farina di grano, il vin cotto, il melograno, il miele, la frutta secca. Il cibo offerto in dono ai morti stabilisce con essi un legame transitorio perché consumato da vivi nutre ma nutre anche i defunti perché salva le loro anime.
Così, come in una sorta d’agape, i parenti dei defunti si sedevano attorno al camino a recitare il rosario e alla fine consumavano il pasto dedicato ai congiunti scomparsi. Finita la cena, la tavola non era sparecchiata,rimaneva imbandita col resto avanzato. Saranno i trapassati a cibarsene.


Per i cristiani, l’agape è il banchetto comunitario dove si rinsalda la comunione che allaccia i vincoli di fraternità e d’amore, che supera anche il concetto stesso della vita e della morte. Indica chiaramente i desideri della gente, amarsi gli uni con gli altri, stare assieme affettuosamente, ancora una volta per ricevere la presenza di chi non c’è più! In tutte le regioni d’Italia la sera d’Ognissanti, la vigilia del giorno dei morti, era vivo il costume di radunarsi a recitare il rosario tra parenti e cenare assieme.

Storie nate per dare un senso continuativo alle abitudini che non si disperdono nemmeno dopo la morte, alimentate da noi vivi per continuare a mantenere forti legami con i nostri defunti, per sentirli più vicini.