L’atto del perdonare, il vuoto come figura poetica, tra presenze e assenze, attraverso le dinamiche dell’esistenza, affrontate, accettate. La luce, importante, che come gli altri elementi accompagna il tempo e la quotidianità. Una quotidianità che si dilata, si estende, senza confini concreti, benché legata alla concretezza.

Racchiude visioni e ricchezze “Non ero preparata”, raccolta di poesie di Melania Panico, poetessa, filologa e critica letteraria di Napoli, impegnata su più fronti in ambito culturale. Il volume, edito da La Vita Felice, è stato presentato ieri, martedì 22 gennaio, a Potenza, presso la libreria Ubik. All’incontro con l’autrice, per proporre interpretazioni e approfondimenti, è intervenuto Andrea Galgano, docente e scrittore.

Un libro legato agli archetipi di casa e famiglia, che si avvicina ad una sceneggiatura, dove “Restare è un verbo che si impara tardi” – si legge in conclusione della lirica di apertura – e dove la resa diventa concedersi, presa d’atto e accettazione dopo l’elaborazione.

Quattro sezioni a scandire la lettura, “Senza peso da portare”, “Date e anelli”, “La linea”, “La questione è la luce”, a rappresentare contatti e intersezioni tra diversi piani di osservazione del reale, per una poesia ricca, concentrata, costantemente intensa, senza distrazioni ma venata dall’inquietudine, inevitabile e dolce, di chi osserva non solo con gli occhi le cose della vita.

“Il tema del perdono è il leitmotiv di tutto il libro – spiega l’autrice – perdono inteso come svuotamento. Questo vuol dire che quando noi perdoniamo, l’atto del perdonare causa in chi attua il perdono un cambiamento che io considero uno svuotamento. Non sei più lo stesso rispetto a prima, ma inteso in senso positivo”.

Panico, scrivendo, si espone e non si nasconde, coglie e manifesta in versi ciò di cui si avverte la presenza e aspetta di essere trovato e reso universale, soffermandosi a riflettere oltre l’apparenza.

“Non drammatizzo l’Io nella poesia contemporanea – aggiunge – se vogliamo avere una poesia autentica è ovvio che c’è necessita di avere la visione dell’autore e se questo significa che ci dev’essere anche una parte dell’Io dell’autore ben venga, l’importante e che non si scada nel diario personale, perché quello non interessa a nessuno, né all’autore né al lettore. Al lettore non dovrebbe interessare perché è stata scritta questa poesia o per chi. Il lettore deve cogliere qualcosa che può appartenere anche a se stesso”.

La poesia, frutto di un impegno costante, si arricchisce di descrizioni plastiche, di dettagli sensoriali, di simboli, senza valore salvifico della parola:

“Non credo nell’intento salvifico della poesia – dice – però se il lettore può cogliere un messaggio positivo questo tocca a lui. Ho molta fiducia nel lettore. Penso che nonostante ci sia un problema serio nella contemporaneità legato alla lettura e a ciò che si pubblica, credo che il lettore sappia comunque fare una differenza, sappia riconoscere che cosa è di valore e che cosa no”.