Operazione anticaporalato: le vittime costrette anche a pagare l'acqua potabile

60

POTENZA – Nel corso di attività d’indagine coordinata da  questa  Procura  della  Repubblica  ed eseguita dal personale della Squadra Mobile della Questura di Potenza, si è pervenuti alla scoperta ed alla disarticolazione di  un’associazione per  delinquere  il cui  reato  fine era l’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro ( il cd caporalato ) in particolare di numerosissimi lavoratori extra-comunitari costretti a lavorare in condizioni, per come ritenuto dal G iudice, disumane.

Dunque, l’indagine, che si è sviluppata per un lungo periodo, ha permesso di accertare l’esistenza del fenomeno del e.cl. “caporalato” anche nella provincia di Potenza, e, in particolare nell’are a nord della provincia, in cui l’attività agricola è particolarmente sviluppata specie nei settori della produzione del pomodoro e nella viticoltura..

L’investigazione – che con l’applicazione di misure cautelari, reali e personali, eseguite in data odierna, ha oggi superato un passaggio di rilievo – ha riguardato  complessivamente 19 ind agati.
In particolare, 6 persone sono destinatarie di misura cautelare  per aver dato vita ad una associazione a delinquere che aveva come reato-fine quello di cui all’art. 603- bis c.p ( vale a dire il cd “caporalato” finalizzato allo sfruttamento dei lavoratori); le altre, invece, per concorso nella sola attività  di sfruttamento  del lavoro  o  per  false attestazioni a pubblico ufficiale.
In pratica si accertava, durante le indagini, che oltre alle condotte  di sfruttamento  del lavoro e del suo utilizzo  in  condizioni  degradanti,  venivano,  anche, “vendute”  (per un cifra non accertata) dai datori di lavoro italiani ad alcuni lavoratori extra-comunitari, delle compiacenti dichiarazioni in cui veniva falsamente attestato che il lavoratore extracomunitario usufruiva di alloggio stabile in fabbricato appartenente agli indagati. Il tutto per consentire al lavoratore di ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno.

L’associazione operava nei comuni di Lavello, Venosa, Montemilone, Maschito, Palazzo San Gervasio e Banzi, tutti centri interessati dalla raccolta del pomodoro e dell’uva, che viene svolta, oramai, per lo più, da parte di  cittadini  extracomunitari  di  origine magrebina e dell’Africa subshariana.

Questi ultimi erano tutti alloggiati in una vera e propria bidonville allestita nelle vicinanze di un edificio meglio conosciuto come “casa gialla”, in cui venivano ricoverati i furgoni utilizzati per condurre, dietro remunerazione, i  braccianti  a lavoro  nei vari  campi  della zo na.

Dalle indagini svolte nel corso del tempo è emerso che nella  suddetta  bidonville  sono state accampate fino a 200 persone impiegate nella raccolta  stagionale  degli  ortaggi  e della frutta. Pertanto, l’edificio, stabilmente utilizzato come luogo di in cui venivano consumati i reati per cui si procede, è stato  sottoposto  a  sequestro  preventivo  ai  fini della successiva confisca. Risultava, infatti, che la struttura, era utilizzata come vero e proprio sup porto logistico della bindoville, in quanto dalla “casa gialla” partivano le derivazioni per la fornitura di luce e acqua alla tendopoli e dalla casa gialla  veniva  smistato il ” personale” da impiegare al servizio dei diversi imprenditori agricoli che ne facevano richiesta.

L’immobile, in questione, dunque, era completamente asservito alle illecite finalità di sfruttamento dei braccianti, che qui si recavano per ricevere, dietro pagamento, acqua potabile, cibo e finanche l’energia elettrica per poter ricaricare i propri telefoni ( 50 centesimi al giorno a fronte di una paga oraria miserabile).

La complessa indagine svolta trae origine da un controllo effettuato dalla Squadra  Mobile di Potenza nell’agosto del 2017 nel corso del quale fu arrestato uno degli attuali indagati proprio per il reato di sfruttamento del lavoro, mentre trasportava a bordo del suo autoveicolo braccianti destinati.

Nel corso di quelle indagini veniva rinvenuto (occultato sulla persona dell’arrestato) un foglio contenente un elenco di ben 91 nominativi di cittadini italiani e stranieri, con a fianco riportate delle cifre messe in colonna sotto la scritta “bins”, ossia cassoni.

Da quel momento le indagini si sono sviluppate per verificare l’abitualità della condotta e per individuare la struttura organizzata che, evidentemente, operava alle spalle dell’arrestato.
Le pazienti e laboriose investigazioni hanno così permesso di esplorare il mondo dei bracciantato agricolo che opera nell’alto potentino e di far luce su di un articolato sistema di sfruttamento della manodopera straniera (e in parte italiana) in occasione dei periodi di raccolta del pomodoro e dell’uva, che ha coinvolto una quantità considerevole di lavoratori, vulnerabili in quanto in evidente stato di bisogno, sfruttata al fine di ottenere forza-lavoro a basso costo e guadagni sempre maggiori, che aveva la sua base nella predetta ” casa gialla” e nella limitrofa bidonville.

Le indagini hanno consentito di accertare le modalità attraverso cui  si determinava  lo svilimento della dignità dei lavoratori: le persone erano alloggiate all’interno di ruderi fatiscenti privi di alcun tipo di servizio, illecitamente venivano “reclutati” su strada da intermediari senza scrupoli pronti ad esigere del denaro per  il  loro  trasporto,  sostentamento e per qualsiasi altro servizio collaterale (come detto,  ad esempio, per la somministrazione di acqua o di energia elettrica), venivano illecitamente pagati quasi sempre non a tariffa oraria come previsto dai contratti  collettivi  di lavoro  e dalla legge, ma a cottimo, per pochi euro per ogni “bins” da tre quintali, riempito con il prodotto raccolto e, laddove pagati a tariffa oraria, la stessa era di oltre il 30% inferiore rispetto a quella sindacale (senza contare l’assenza  di  qualsiasi  emolumento  previdenziale  e assisten ziale e senza contare che parte del guadagno andava ai caporali) .

I destinatari delle misure cautelari sono un imprenditore agricolo del posto,  Michele Finto, originario di Palazzo San Gervasio ritenuto il capo dell’associazione (nonchè gestore e proprietario della  suddetta  “casa  gialla”)  ed  altri  cinque  caporali  tutti  di  nazionalità africana .

Le indagini sono tuttora in corso.

I