Io, futuro disoccupato, dico che al Sud servono azioni immediate per affrontare la crisi

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Riceviamo e pubblichiamo questa lettera aperta di Sergio Ragone.

Quando sarà finita questa pandemia di Coronavirus non so se avremo la forza di fare tutto quello che in questi giorni non stiamo più facendo. E non so nemmeno se daremo ancora un valore a tutto quello che abbiamo fatto fino al giorno in cui il Governo ci ha chiesto, a più riprese, di restare a casa. Certo, la famiglia e gli affetti più cari saranno il nuovo rifugio immateriale dentro il quale troveremo il giusto sollievo per questo dolore, ma non sappiamo cosa ne sarà degli aperitivi con gli amici, delle gite fuori porta, delle code per accedere ai musei, del cinema nel weekend, delle passeggiate in centro, delle assemblee con i leader politici, dei comizi in piazza, delle spiagge di agosto, della pizza del sabato, della cena del venerdì, del treno per tornare in città, del caffè delle 8 al bar prima di timbrare i cartellino, dei concerti d’estate, deii viaggi organizzati, le terme, della settimana bianca, della festa di paese, della fiera del settore, delle villette comunali, delle escursioni di gruppo, delle crociere, delle presentazioni dei libri, dei convegni, delle conferenze, dei festival, dei mercati rionali.  Potrebbe essere senza tutto ciò, senza questa normalità che ci raccontava, senza tutta questa socialità, spesso ridondante, che ha segnato le nostre ore ed i nostri giorni passati. Ma queste abitudini sono economia, sono lavori, sono acquisti, sono flussi di energia, sono vitali per tutto ciò che c’è dietro i nostri riti, la nostra frenesia, e li rende possibili.  

Quando sarà finita avremo più o meno paura? E di cosa? Del futuro o di rivivere il passato?
Certamente saremo più inclini alle regole, spero anche alle buone maniere, ma un acceso individualismo, messo lì a proteggere la nostra vita da quelle degli altri, rischierà di rovinare il nostro stare insieme, il senso più alto e determinante dell’essere comunità. Sarà come dopo una guerra? Come dopo un terremoto? Sono nato nel febbraio del 1981 ed i ricordi del terremoto che sconvolse il Sud, cambiando storie e geografie, è quello che mi hanno trasmesso i miei genitori e le persone più adulte che in quei giorni, e per molto altro tempo ancora, hanno visto la propria vita completamente rivoluzionata. La storia potrà essere ancora una volta maestra, ma questa storia che inizia con il Coronavirus è davvero tutta da scrivere.

Quando sarà finita ci saranno moltissime persone che diventeranno immediatamente invisibili perché avranno perso il lavoro, proprio come me. L’azienda per cui lavoro mi ha comunicato che il contratto, in scadenza a fine aprile, non mi sarà rinnovato e che dovrò fare richiesta di disoccupazione. Una notizia del genere spezza il fiato, ferma il cuore, fa tremare dalla paura. Un’altra paura, che a quasi quarant’anni può diventare un dramma. Nessuno perderà il lavoro, avevano detto autorevoli esponenti de Governo, ma non sarà così. Adesso non so che fare, cosa pensare, con chi parlare perché in questa tragedia collettiva ognuno piange il proprio dolore. Quando sarà finita ci sarà un’Italia invisibile che la politica continuerà ad ignorare, ad ingannare con qualche nuova forma di reddito senza cittadinanza. Questa Italia ha tutto il diritto di rendersi visibile, di alzare la voce, di chiedere più diritti, senza confonderli con i desideri, ed una porta di accesso al futuro. La creatività non è più sola condizione necessaria e sufficiente, soprattutto in un tempo così acerbo, amaro, privo di visioni come questo che è solo all’inizio.

Come sarà quando sarà finita?  Io non lo so.
So solo che adesso la nostra vita è ripiegata in un eterno presente, che ogni giorno diventa passato, pesante, possente. Servono risposte immediate, per chi non può fare la spesa e per chi non ha uno stipendio. Al Sud la paura presto diventerà rabbia sociale e sarà difficile da gestire, contenere, arginare solo con la retorica e le buone intenzioni.  Bisogna agire adesso prima che sia troppo tardi. L’ultimo messaggio del Presidente della Repubblica è però carico di fiducia e speranza, di rassicurante ottimismo. Un ottimismo concreto, basato su quanto l’Italia ha già sapute esprimere nella sua storia. Dice il Presidente: “mentre provvediamo ad applicare, con tempestività ed efficacia, gli strumenti contro le difficoltà economiche, dobbiamo iniziare a pensare al dopo emergenza: alle iniziative e alle modalità per rilanciare, gradualmente, la nostra vita sociale e la nostra economia.  Nella ricostruzione il nostro popolo ha sempre saputo esprimere il meglio di sé.  Le prospettive del futuro sono – ancora una volta – alla nostra portata. Abbiamo altre volte superato periodi difficili e drammatici. Vi riusciremo certamente – insieme – anche questa volta.”

Quando sarà finita?