Tornare ad essere comunità per sconfiggere l’odio: la Basilicata ne ha un bisogno urgente

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In quale contesto sociale e culturale si collocano i due fatti di violenza che hanno caratterizzato la cronaca lucana delle ultime ore? Quali condizioni sono alla base di questi comportamenti di odio e violenza che hanno, in un caso, portato alla morte? E’ tutto qui il nodo centrale della discussione che da più parti si sta facendo su quanto successo negli ultimi giorni in Basilicata, terra un tempo nota come quieta e felice, ed oggi nuovamente alla ribalta della cronaca nazionale e tra le pagine della cronaca nera.  Se c’è un fil rouge che unisce l’aggressione ai danni di Giulia ventura e la morte del tifoso della Vultur Rionero, è sicuramente l’odio: un sentimento corrosivo e caustico che sta distruggendo l’impalcatura delle relazioni umane, la solidarietà, quella forza propulsiva che ha permesso all’Italia di rinascere dopo la guerra e il fascismo. Di questi temi ne ha parlato Andrea Simoncini, costituzionalista e ordinario all’Università di Firenze, in una recente intervista  che ha rilasciato al giornale “L’Osservatore Romano”.  Ne riportiamo alcuni passaggi. “Nel 2018 la filosofa Martha Nussbaum – dice Simoncini- ha scritto un libro, “La Monarchia della Paura” che condensa in maniera efficace il carattere dominante del mondo in cui oggi viviamo. È un’analisi della società americana dopo il voto a Trump, ma coglie aspetti in cui è facile scorgere l’Italia dei nostri giorni. La tesi di fondo: non è la prima volta nella storia che la società americana si è scoperta “diversa” — basti pensare alla guerra civile nord-sud, al “maccartismo”, alla segregazione “bianchi-neri” — e queste diversità hanno prodotto divisioni terribili, violente, conflitti tra gruppi, schieramenti, fazioni. Oggi, però, la questione presenta un accento nuovo: la divisione non è più un fenomeno collettivo, essa, innanzitutto, ha una origine individuale. La divisione non nasce dalla diversità, ma dalla paura della diversità; e questo è tutta un’altra storia. La diversità, nelle società contemporanee, è un fatto (come diceva Rawls «the fact of pluralism»). È un dato: siamo diversi. La paura, invece, è un’emozione. Il primo indicatore di questo cambiamento antropologico, dice Nussbaum, è il linguaggio. Le parole che oggi dominano sono “rabbia, disgusto, esclusione, vendetta, diffidenza”.  Tutto questo accade non perché siamo diversi, ma quando abbiamo “paura” di essere diversi. “

Nell’ultimo Rapporto Censis la fotografia che ritrae la nostra condizione attuale, e che ci permette di leggerla meglio, è netta e disarmante: il 74% degli italiani si è sentito molto stressato per questioni familiari, per il lavoro o senza un motivo preciso; nel giro di tre anni il consumo di ansiolitici e sedativi è aumentato del 23%; il 75% non si fida più degli altri; il 49% ha subito nel corso dell’anno insulti o spintoni in un luogo pubblico; il 26% ha litigato con qualcuno per strada; più di un italiano su due controlla il telefono come primo gesto al mattino o l’ultima attività della sera. Da dove ripartire? Dal tornare ad essere comunità. Certo, artificialmente è possibile creare ogni tipo di comunità:  un’azienda, una associazione culturale o un condominio. Il problema è che in queste aggregazioni possiamo rimanere del tutto estranei gli uni agli altri; l’unica motivazione che ci tiene assieme è ottenere il vantaggio che ciascuno si aspetta. capiamoci, questo non vuol dire che siano sbagliate, ci mancherebbe altro, ma non sono queste che fanno la differenza. Le comunità di cui abbiamo bisogno esistono per un principio di gratuità, o meglio di gratitudine.

Come fare? Basta guardare alla nostra Carta costituzionale per avere una mappa precisa. L’articolo 2 — pietra angolare dell’architettura costituzionale, come diceva Giorgio La Pira — usa una parola estremamente laica: “solidarietà”. Il problema è che noi lucani — e non solo noi — sembriamo diventati ostili e aggressivi perché non ricordiamo più perché val la pena essere solidali. Siamo solo capaci di pretendere; tutto diventa una pretesa: dagli altri, dallo “Stato”, dal “Comune”, dal vicino, dal dipendente, dal datore di lavoro. Una comunità solidale, invece, è quella in cui il problema di uno interpella, innanzitutto, ciascuno prima che le istituzioni. E’ in questo clima che si genera la cultura dell’odio, dell’indifferenza. Ognuno di noi ha grandi responsabilità se ci ritroviamo a vivere in questi tempi acerbi e duri. Ognuno di noi può e deve fare qualche cosa per venirne fuori, per recuperare il senso delle parole e del nostro stare insieme. Le parole pesano, possono far male, ce ne accorgiamo tutti i giorni nel bacino di solitudini e livori digitali su cui va i scena la vita 2.0 (che non è falsa ma verissima). La politica ha grandissime responsabilità, soprattutto perché è la più influente matrice di un linguaggio sporco e corrosivo. La ministra Lamorgese, che ha ereditato un ministero politicamente “pesante” ma che sta gestendo, a differenza di chi l’ha preceduta, con sobrietà, concretezza risolutiva e determinazione ha lanciato un appello che non possiamo non raccogliere e rilanciare: “Il compito della politica e delle istituzioni è quello di rendere il nostro Paese inclusivo. E’ questo quello che noi dobbiamo tramandare ai giovani con tutte le iniziative positive, che noi come governo dobbiamo essere pronti a mettere in campo”. “Basta linguaggio di odio da parte della politica e delle istituzioni”, questo il suo messaggio che faccio mio e che vorrei facesse proprio anche la politica locale.

Confido molto nelle donne e  negli uomini delle istituzioni lucane, a partire dai vertici apicali del nostro territorio che si sono mostrati sensibili e dotati di grande umanità. Allo stesso tempo chiedo a tutti di cambiare, di iniziare una nuova stagione chiudendo la stagione dei campanilismi e delle esasperazioni linguistiche da tifosi. 

Se non vogliamo morire di odio e solitudine non abbiamo altre vie se non quella della solidarietà.