Nei giorni scorsi sul caso Rosario Vizzari, sui rapporti che la Regione Basilicata ha avuto con l’imprenditore, risultato, da un’indagine della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, “testa di ponte” in America della cosca dei Piromalli, abbiamo raccolto le reazioni di quanti – presidente Marcello Pittella, Sviluppo Basilicata, Distretto Agroalimentare di Qualità del MetapontinoDistretto Rurale delle Colline e Montagna Materana, presidente del Consiglio Regionale, Franco Mollica – hanno contestato il modo con il quale questi rapporti sono stati raccontati dal giornale, lasciando quasi intendere una sorta di “connivenza” con Vizzari, sia per i titoli sia per la pubblicazione in prima pagina della foto che ritrae il presidente Pittella con l’imprendtore.

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A queste contestazioni ha risposto, con un editoriale, il direttore de “Il Quotidiano del Sud/Basilicata”, Roberto Marino, dal titolo “La ndrangheta e gli incontri pericolosi” che pubblichiamo qui di seguito.

La suscettibilità e l’allergia per le notizie pubblicate da giornali e giornalisti liberi in Basilicata sono vecchie come il mondo. Non è la prima volta che qualche esponente, che ricopre incarichi istituzionali di primo piano, lanci scomuniche per certi articoli sgraditi. Le cose sono più semplici di come qualcuno le vuole fare apparire. Abbiamo pubblicatola foto del presidente Pittella con l’imprenditore Vizzari  perché contiene una notizia. Non abbiamo scritto né insinuato o fatto intravedere che la delegazione lucana sia in odore di mafia o abbia intrallazzato con la ’ndrangheta. Abbiamo riportato un fatto: l’uomo a cui la Regione Basilicata si è rivolta per una causa nobile, come quella di promuovere prodotti lucani negli Stati Uniti, risulta indagato dalla procura di Reggio Calabria perché sospettato di essere il punto di riferimento dei Piromalli, una delle famiglie più potenti della ‘ndrangheta. Piromalli, non il club delle marmotte. Cose riportate da un provvedimento della magistratura e non orecchiate nei corridoi di un ristorante. Cose da dimostrare in un’aula di tribunale.

Dove è lo scandalo? Dove è la notizia falsa e diffamatoria, errata o incompleta? L’incontro c’è stato, questo è sicuro, come è sicuro che il presidente Pittella non sapesse dei contatti e dei rapporti con il boss della persona prescelta per la campagna a favore della Basilicata. Ci siamo limitati a questo. La rilevanza della vicenda sta proprio nel fatto che una regione come la Basilicata, estranea al fenomeno storico della malavita organizzata, sia incappata in un infortunio simile.

E la cosa acquista un significato particolare proprio all’indomani dell’auspicio lanciato dalla presidente della Corte d’Appello di Potenza su Matera 2019, con la proposta di allestire una squadra di magistrati in grado di prevenire eventuali tentativi di infiltrazioni mafiose. La storia di Vizzari va letta anche alla luce di questa preoccupazione dell’alto magistrato. Presidente Mollica, tanto per intenderci, la faccenda vi deve far riflettere più che indignare: ‘ndranghetisti, camorristi, mafiosi non girano più con la coppola e la lupara tra le mani. Oggi usano persone brillanti, colte, preparate per andare a conquistare appalti e commesse. Hanno fascino, parlano più lingue, sono laureate, e non fanno neanche intravedere o sospettare chi dietro di loro muove i fili. Ecco perché chi rappresenta istituzioni e comunità laboriose e oneste, – come quella lucana – deve essere più accorto e diffidente, scaltro e consapevole che l’insidia è dietro l’angolo. Tutti i giorni. O vi aspettate che i boss e i loro luogotenenti si facciano riconoscere con il biglietto da visita? O siano individuabili su facebook? Invece questa trasferta a New York è stata affrontata un po’ alla leggera, come Totò e Peppino nelle loro semplici vesti dei fratelli Capone, nel celebre e avventuroso viaggio a Milano. Vizzari, quando circolava in Basilicata, era già tenuto d’occhio dagli investigatori.

Questi sono i fatti. E questo è il motivo per cui la vicenda merita di essere riportata all’opinione pubblica. Anche perché, vista da chi (imprenditori, fornitori, negozianti) ogni giorno deve produrre montagne di carte e certificati antimafia per ottenere un appalto pubblico, ha un significato beffardo e avvilente. Se poi qualcuno vuole vederci altro perché non sopporta questa e altre notizie sono problemi suoi. Abbiamo chiara qual è la missione professionale che ci è stata affidata, il rispetto dell’etica e dei principi di correttezza. Certi paroloni andrebbero usati con parsimonia e non inflazionati.

E poi basta con i predicozzi sull’etica. Soprattutto la classe politica lucana non sempre è stata un esempio di onestà e correttezza. Accanto a galantuomini e persone perbene, abbiamo visto anche lestofanti e arrivisti di prima categoria. Persone senza scrupoli e assetate di potere. Molti consiglieri regionali e assessori, di oggi e del passato, sono da anni al centro di inchieste per uso illegittimo di soldi della comunità o altri guai giudiziari. E qualcuno è stato anche condannato a rimborsare i fondi. Tutti innocenti fino a prova contraria, per carità. Ma basterebbe questo per far comprendere che nessuno può ergersi a custode di valori e a dare lezioni di moralità e correttezza”.