L’attesa ossessiva dei due protagonisti del celebre romanzo di Beckett, attesa che si protrae in un tempo senza tempo, appare come una potente metafora della modernità. L’avvento del XX secolo si colora, secondo le direttive dell’opera di Beckett, di una staticità desolata dell’esistenza in cui non è solo l’uomo a dissolversi ma anche il tempo che lo caratterizza. Vladimiro ed Estragone, protagonisti assoluti del romanzo, sono allo stesso tempo i protagonisti assoluti del mondo in cui la parola è totale silenzio.
Dopo un lungo viaggio i due protagonisti si mettono in attesa.
Tempo, vita e sogno condensati in un attimo. Consegnati con naturale leggerezza alla staticità assoluta.
Viene da pensare che nulla di tutto questo appartiene al nostro quotidiano.
Viene da pensare che per fortuna noi non siamo come Vladimiro ed Estragone e che non abbiamo nessun Godot da aspettare.
Siamo protagonisti di un palcoscenico diverso. Siamo gli eroi del post-moderno, artefici della globalizzazione. Attori di un mondo in cui la parola “attesa” è scomparsa da tempo.
Ogni cosa è in viaggio. Corpi, denaro, informazioni, bit, idee, culture, morte.
Non c’è nulla di statico e la realtà si colora incessantemente di arrivi e partenze. Di andate e ritorni. L’uomo globale è sempre in progress. L’uomo globale appartiene alla mobilità.
Sembra quasi che il viaggio sia il paradigma interpretativo della vita moderna.
Muoversi. Andare e ritornare. Spostarsi. Delocalizzare. Arrivare. Ripartire.
Un continuo turbillion che coinvolge il corpo ed anche la mente condizionando molteplici modalità di pensiero. Non bisogna stare fermi un attimo. Bisogna essere sempre altrove.
Nessuno più aspira all’attesa. Nessuno più vuole ritrovarsi ad aspettare Godot.
L’attesa è impegnativa, muove la mente e stimola al pensiero ed io, invece, ho come l’impressione che ci stanno “educando” all’esatto contrario.
Il viaggio, come distrazione, è un ottimo paleativo.
E’ moralmente necessario chiederci dove stiamo andando. Se la direzione che ci hanno indicato è quella giusta o se invece serve solo alla sopravvivenza.
Ma ho la netta sensazione che nessuno se lo chieda più.
Anche noi, come i personaggi di Beckett, rassegnati. Loro all’attesa, noi all’eterno movimento.
Una via vera di fuga ci sarebbe, anzi c’è. Solo che la maggior parte di noi l’ha dimenticata. A volte offesa. Altre vituperata.
Questa via maestra, presente in ognuno di noi, si chiama vita.
Parola ormai marginalizzata e che trova la giusta dimensione lessicale solo tra coloro che vivono ai confini delle società globalizzati. Parola che alle orecchie superbe dell’uomo del terzo millennio suona vacua e poco concreta.
Così il viaggio più bello, lungo, importante e misterioso che ognuno di noi percorre ha perso la sua importanza e il suo valore.
Meglio viaggiare sul Web o comprando un biglietto andata/ritorno aspettando rigorosamente, però,  i last-minute della stupidità.
A tutti voi il seguente invito:
«La vita è un flusso continuo che noi cerchiamo d’arrestare, di fissare in forme stabili e determinate, dentro e  fuori di noi, perché noi già siamo forme fissate […] Le forme, in cui, cerchiamo d’ arrestare, di fissare in noi questo flusso continuo sono i concetti, sono gli ideali […] (sono) tutte le finzioni che ci creiamo […] Ma dentro di noi stessi, in ciò che noi chiamiamo anima, e che è la vita in noi, il flusso continua, indistinto, oltre i limiti che noi imponiamo, componendoci una coscienza, costruendoci una personalità. […] investite dal flusso, tutte quelle nostre forme fittizie crollano miseramente. […] Vi sono anime irrequiete, quasi in uno stato di fusione continua […] ma anche per quelle più quiete […] la fusione è sempre possibile: il flusso della vita è in tutti.»